Lo faccio o non lo faccio?

Inviato da Irmgard
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Lo faccio! Non lo faccio! Lo faccio? Non lo faccio?

Uscire, avvicinarsi agli altri, richiede un sforzo. Cosa penserà lui/lei se all’improvviso mi presento e metto in pratica la mia fede o ne parlo?

Questo articolo è tratto dalla rivista «Forum».

Non sono Billy Graham e ho qualche remora ad avvicinarmi alle persone...

Ricordo bene quando, all’età di 17 anni, frequentavo il gruppo giovanile. All’epoca, durante il periodo dell’Avvento, si organizzavano sempre attività all’aperto. Nel programma del gruppo giovanile venivano definiti «evangelistici». Ciò significava che, armati di chitarra, ci recavamo al raduno di persone più vicino, cantavamo canzoni e mettevamo in scena una rappresentazione. Durante le prime uscite mi costava un grande sforzo. Poi, in qualche modo, è diventato più facile. E col tempo ha perso di fascino, tanto che ho smesso di partecipare.

Qualche anno dopo, avevo terminato la scuola biblica e avevo iniziato il mio primo incarico come predicatore, ero io stesso responsabile di un gruppo giovanile. Nel gruppo c’erano alcuni ragazzi che erano dei veri «campioni» dell’evangelizzazione. Una sera proposero di fare un sondaggio nel villaggio per capire perché gli intervistati non credessero in Gesù.

  1. Come reagire?



    Da un lato, bisognerebbe uscire. Volevo avvicinare le persone a Gesù (ed essere un modello per i giovani). D’altro canto, non sono Billy Graham e ho qualche remora ad avvicinarmi alla gente. Siamo partiti in due o in tre. E così è successo quello che doveva succedere. Alla prima porta mi aspettava il macellaio. Gli ho posto le domande del questionario. Una di queste era: «Perché non crede in Gesù?». Ne è seguita una conversazione molto interessante, in cui lui non ha ceduto sul suo punto di vista e io non ho ceduto sul mio. Nonostante il suo rifiuto nei confronti di Gesù, mi ha raccontato sorprendentemente molto della sua vita, di tutto ciò che aveva vissuto, del perché non riuscisse a credere e del perché i cristiani lo infastidissero. Dopo avergli augurato una buona giornata, mi sono recato all’indirizzo successivo. Per la tarda serata avevamo poi in programma uno scambio di opinioni e un momento di preghiera nella sala dei giovani. È stato interessante ascoltare ciò che ciascuno aveva vissuto. Per me è stato molto importante riflettere con parole mie su come avevo vissuto il sondaggio, su quale gioia, difficoltà o paura avevo provato durante l’esperienza. Anche agli altri ha fatto bene sentire come se l’era cavata un predicatore.

     
  2. Superare le barriere



    Avevo due problemi da risolvere. Innanzitutto dovevo lasciarmi coinvolgere in questa avventura, anche se per indole ero piuttosto riservato (prima crescere nella fede, sistemare le relazioni, ecc.). Il secondo limite che dovevo superare era la domanda: cosa significa «andare fuori»?



    L’immagine che ne avevo finora era legata a «interventi pianificati». Oggi per me c’è una gamma più ampia, molti volti. Uscire significa per me oggi non privatizzare più la fede, ma raccontare o dare l’esempio ai miei simili, in modo naturale e convincente (adattato alla situazione), di cosa significhi essere cristiani. Passo da un atteggiamento di consumo a uno di produzione. Ma poi il pensiero successivo è già alle porte.

     
  3. Perché mi faccio questo?



    Durante la riunione di redazione ci siamo chiesti dove si trovi il giusto equilibrio tra l’uscire e il riposare (per una volta, non fare nulla con la coscienza pulita). Ogni medaglia ha due facce. Quando guardiamo da un lato, l’altro rimane sullo sfondo. Ma è sempre lì. Oggi ci sono correnti di pensiero che sottolineano con forza il riposo nello Spirito, l’essere come Maria ai piedi di Gesù. A questo reagiscono con sensibilità le persone tipo Marta: «O Signore, di’ a questi cristiani che io mi affanno per te e che dovrebbero darmi un po’ di una mano».



    Il giusto equilibrio è Gesù. Ma non appena ci allontaniamo da questo equilibrio, iniziano i paragoni. Improvvisamente gli altri sembrano farcela meglio e ci chiediamo: «Perché mi sto facendo questo?» Il problema dei paragoni è che in quel momento vediamo solo un lato della medaglia.

     
  4. Cosa ho imparato?



    Negli ultimi anni della mia vita da cristiano ho scoperto la gioia in Gesù. Quando esco e mi avvicino ai miei simili, provo gioia per tutti quei cristiani che hanno bisogno di un periodo di riposo. Perché riposare significa pregare e vegliare sulla propria vita di fede (e su quella degli altri), per non cadere nella tentazione. Quando ho un momento di riposo, prego per i cristiani che escono.



    Possiamo uscire nell’incontro delle donne, nel gruppo di casa, nel gruppo giovanile, nell’Ameisli, ecc. Uscire non è un metodo, ma uno stile di vita.



    Il giusto equilibrio consiste nel condurre una vita con Gesù. Se lo facciamo, mettendo a frutto i nostri doni, non ci sovraccaricheremo. Al contrario: ci completeremo a vicenda e, cosa soprattutto importante, diventeremo attuatori della Parola (Giacomo 1). Il punto cruciale è spesso che non sappiamo cosa sappiamo fare, dove risiedono i nostri talenti. Spesso confrontiamo ciò che non abbiamo con ciò che hanno gli altri. Allora Maria si contrappone a Marta. La conseguenza è che il centro non è Gesù, ma noi stessi. Il centro non è più l’ascolto e l’azione, ma la nostra giustificazione del perché siamo così o così. Un’altra conseguenza è che chi ci circonda nota come ci comportiamo gli uni con gli altri. E perde così l’interesse per un incontro con Gesù. Ecco perché è importante che in noi coesistano i lati di Maria e di Marta. Abbiamo bisogno di entrambi i lati della medaglia. Gesù è il centro.

     
  5. Per concludere, ancora questo...



    Le esperienze vissute finora con Gesù sono fonte di motivazione. Anche se in certi momenti ho dovuto fare uno sforzo per superarmi. Guardando indietro devo dire: «Wow, ho fatto questo o quello...» e mi riempie di gioia. Queste esperienze si «trasmettono» poi meglio nelle testimonianze. Posso motivare gli altri, invece di metterli sotto pressione.



    Voglio vivere qualcosa con Dio. E posso farlo solo se vivo consapevolmente entrambi i lati della medaglia. E tu, come vivi questi due lati?

Bibliografia

  • Testo e immagine:Forum Kind, numero 2/02, pagine 5 e 6. Avvicinarsi attivamente agli altri richiede uno sforzo. Nella vita di un cristiano dovrebbe esserci un giusto equilibrio tra serenità ed evangelizzazione. © Copyright www.forum-kind.ch
  • Autore: Thomas Gasser